Nel 2016, circostanza nota ai miei lettori storici, ero un accanito sostenitore del SI' al referendum sulle riforme istituzionali della Boschi e di Renzi. Quel che ricordo è come io cercassi in tutti i modi di difendere quella riforma, non tanto sul piano giuridico ma su quello politico. Ero e resto convinto che quella riforma, se fosse stata vinta, avrebbe fatto dimettere Renzi, sciolto le camere e aperto la strada ad una vittoria schiacciante di Renzi alle successive elezioni politiche. E, sia detto con franchezza, sono convinto che un Renzi uomo forte della politica italiana sicuramente non avrebbe fatto peggio di quelli che sono venuti dopo, tutt'altro. Fu così che presi mio padre, in condizioni di salute ormai precarie, lo misi sulla sedia a rotelle e lo portai a votare.
Nel 2026 è stata tutt'altra storia. Quando domenica scorsa, davanti al seggio del posto dove vivo, ho preso posto nell'urna per votare, ho tracciato il mio segno sul "SÌ" con la stanchezza rassegnata di chi sapeva di compiere un gesto quasi inutile. Sono andato a votare senza alcuna convinzione, spinto più da un residuo dovere di testimonianza civile che dalla speranza di un cambiamento reale. E certamente se il mio vecchio fosse ancora vivo, non lo scomoderei da quella poltrona ormai vuota in cui stava, per portarlo a compiere il suo dovere civico. Ero sfiduciato io oppure, con i miei quarantacinque anni ormai alle porte, sto semplicemente invecchiando? Al lettore la sentenza.
E tuttavia, in questo senso, posso dire con certezza che la sconfitta del referendum, nei termini numerici e culturali in cui si è consumata, non mi ha sorpreso affatto: ha solo confermato, per l’ennesima volta, che l’Italia è un organismo che preferisce marcire nelle proprie incrostazioni piuttosto che tentare anche solo un piccolo, timido passo fuori dal fango.
Ma a sconcertare non è stato solo l'esito, quanto il deserto intellettuale della campagna elettorale. Da una parte, il fronte del "NO" ha eretto un muro di fallacie logiche imbarazzanti e di criminalizzazione sistematica dell’avversario. Si è giocato sporco, usando parole intellettualmente disoneste per dipingere chiunque proponesse un minimo correttivo come un complice della criminalità o un eversore dell’ordine democratico. Dall’altra parte, però, bisogna avere il coraggio di ammettere che il fronte del "SÌ" non ha brillato per onestà. Si è scelto di non dire la verità profonda, preferendo spacciare una riforma di facciata, un "brodino" burocratico, come la panacea di ogni male. Si sono fatte passare per verità assolute quelle che sono palesi falsità, a partire dall'idea che la contiguità tra PM e giudici equivalga ad una condanna automatica per l'imputato, fino ad oscurare i tanti inconvenienti che derivano da un PM depotenziato sul piano dell'istruttoria ma che conserva intatti i poteri di indagine che ha oggi. In sostanza, è stata una gara a chi mentiva meglio, un gioco delle parti dove si è taciuto il fatto che, senza toccare l’architettura dei poteri reali e la mentalità che li sostiene, la separazione delle carriere sarebbe stata poco più di un trasloco di scrivanie. Ma qual è stato l'errore di fondo?
L’errore di fondo, ereditato da decenni di sudditanza culturale, è credere che il problema della giustizia sia una questione di corridoi. Non lo è. Il cancro del sistema risiede in un’onnipotenza morale di cui la magistratura si è autoinvestita, trasformandosi in una casta sacerdotale intoccabile. I numeri sono pietre che nessuno vuole scagliare: in Italia, il tasso di assoluzioni si attesta stabilmente intorno al 50%. Significa che una diagnosi accusatoria su due è errata. Significa che migliaia di cittadini, padri di famiglia e imprenditori vengono trascinati nel fango per anni, vedendo le proprie vite e le proprie aziende andare al macello per procedimenti che non avrebbero mai dovuto superare la soglia di un ufficio postale. Eppure, in questo sfacelo statistico che in qualsiasi azienda privata porterebbe al licenziamento collettivo dei dirigenti, il magistrato resta una figura sacrale: l’"oplita del bene".
Questa narrazione tossica, alimentata da fiction televisive e talk show celebrativi, ha creato un mostro antropologico. Il magistrato non è più un funzionario dello Stato che applica la legge, ma un vendicatore etico chiamato a sconfiggere i "cattivi" (spesso identificati con la politica o con chiunque produca ricchezza). Questa missione superiore giustifica tutto: l’alterigia, la superbia assertiva, quel modo quasi cordiale ma aggressivo di porsi che ti fa sentire colpevole ancora prima che inizi il processo. È una superbia che nasce dalla totale assenza di responsabilità. Il magistrato italiano è un monarca inamovibile per concorso, un essere che non deve mai misurarsi con la realtà del risultato. E nessuno sembra rendersi conto che questa è un'anomalia tipicamente italiana. Anzi no, c'è anche in Grecia. E visto lo stato di salute di quel bellissimo ma disgraziato paese, non credo che sia da prendere ad esempio.
Se, invece, prendiamo per esempio l'America, il sistema è completamente diverso. Il procuratore è un avvocato dello Stato che risponde agli elettori. Se fallisce, se accumula sconfitte processuali, se dimostra di essere un cialtrone, la gente non lo vota più. Il mandato scade e lui torna a essere un comune cittadino. Come un amico di mia zia americana, che dopo non essere stato rieletto ha chiuso la toga nell’armadio e ha aperto un negozio di antiquariato. Ha cambiato mestiere perché il mercato della realtà lo ha espulso. In Italia questo è impensabile. Qui il magistrato mangia sempre, indipendentemente dai disastri che semina, protetto da un sistema che scambia l’indipendenza con l’irresponsabilità assoluta.
E se a questo si aggiunge un ulteriore male oscuro, ossia l'ambiguità congenita di molte nostre leggi - norme scritte male, che si prestano a una linea grigissima e soggettiva di interpretazione (è questo che allunga i processi) - ci rendiamo conto che il magistrato smette di essere applicatore della legge e ne diventa il creatore arbitrario. Il risultato è la paralisi: processi che si allungano all’infinito in un labirinto di perizie e contro-perizie interpretative, con grave danno per la salute mentale e non di rado fisica del cittadino, intrappolato in un'attesa logorante che distrugge l'esistenza prima ancora che arrivi una sentenza.
Questa narrazione tossica ha creato un mostro antropologico. Il magistrato non è più un funzionario, ma un vendicatore etico. Questa missione superiore giustifica tutto: l’alterigia, la superbia assertiva, quel modo quasi cordiale ma aggressivo di porsi che ti fa sentire colpevole ancora prima che inizi il processo. È una superbia che nasce dalla totale assenza di responsabilità. Perché la gente fa una gran fatica a capire che a fronte dei tanti valorosi magistrati caduti in servizio o che hanno vissuto una vita blindata, ci sono tantissimi cialtroni che non sanno fare il proprio mestiere e che distruggono persone fisiche e aziende.
Per uscire da questo pantano, non servono referendum-farsa, ma una chirurgia radicale su quattro pilastri non negoziabili.
Il primo è il depotenziamento totale del Pubblico Ministero. Il PM deve cessare di essere il "super-investigatore". Questa funzione deve tornare alla Polizia, punto e basta. La Polizia indaghi con criteri di efficienza; il PM intervenga solo alla fine come semplice accusatore, valutando se le prove reggono l'urto di un'aula di tribunale. Questa separazione netta creerebbe una catena di responsabilità finalmente chiara, eliminando l'ipocrisia del magistrato che "cerca anche le prove a favore dell'indagato", cosa che nella realtà avviene con la stessa frequenza dei miracoli.
Il secondo pilastro è la parità delle armi, quella vera. Se lo Stato, tramite la Polizia, può intercettare, perquisire e accedere a banche dati, la Difesa deve poter godere degli stessi identici poteri. Solo un duello tra pari, davanti a un arbitro terzo, garantisce la ricerca della verità. Oggi assistiamo a un match truccato dove l’accusa gioca con i guantoni e la difesa con le mani legate dietro la schiena.
Il terzo pilastro riguarda la selezione del Giudice. Qui l’elettività sarebbe un rischio, perché il giudice deve restare un tecnico puro. Ma deve essere un tecnico dotato di una profondissima cultura umanistica, capace di elevarsi sopra i propri bias cognitivi e sopra i cliché della piazza. Fare il giudice richiede una sensibilità che va oltre la norma scritta; richiede la capacità di comprendere la tragedia umana senza farsi travolgere dall'emotività del momento o dal desiderio di compiacere il "sentire comune".
Il quarto pilastro è l’elettività della magistratura inquirente. È l’unico modo per spezzare il senso di onnipotenza inconscia. Solo se un procuratore deve rendicontare il proprio operato alla "sua gente", smetterà di inseguire teoremi mediatici e inizierà a misurarsi con la complessità del diritto e della prova. L’accountability è l’unico antidoto alla superbia della toga.
Ma siamo onesti: l’Italia è pronta a tutto questo? La risposta è un amaro, definitivo no. Il problema non è solo legislativo, è culturale. Questo Paese non ha mai affrontato il trauma del fallimento del socialismo e continua a vivere in un limbo assistenzialista dove il denaro sembra crescere sugli alberi e il successo è visto come una colpa da espiare. L’ala castale della magistratura ha trovato una sponda perfetta nell'ala "stracciona" delle sinistre, alimentando un populismo che vede nel ricco e nel padrone i nemici naturali da colpire attraverso le procure. In un Paese che odia il merito e invidia la ricchezza, il magistrato che "colpisce in alto" diventa l’eroe delle masse risentite. È la mentalità di chi esulta se svaligiano la casa di un benestante, convinto che la giustizia sia una forma di esproprio morale.
Viviamo in una nazione intrisa di cultura democristiana e socialistoide che ha sistematicamente sabotato ogni velleità liberale, dal berlusconismo in poi. La gente vuole la protezione del "papà Stato" e vede nella magistratura non un servizio tecnico, ma un tribunale dei valori. Per questo motivo, ogni tentativo di riforma pacifica è destinato a infrangersi contro il muro dei veti incrociati e delle inchieste a orologeria. Il sistema è talmente incrostato, le carriere talmente intrecciate al potere mediatico, che l’impossibilità di un cambiamento graduale rende necessario, per pura logica storica, un evento traumatico.
Sono convinto che l’Italia non si salverà attraverso i decreti legge o le mediazioni parlamentari. La storia insegna che quando una casta si arrocca in difesa dei propri privilegi contro la logica, il merito e la libertà individuale, solo una rivoluzione — una vera rivoluzione liberale, compiuta se necessario anche con la forza della rottura totale — può resettare il sistema. È un pensiero estremo, ma nasce dalla constatazione che il dialogo è morto sotto i colpi dell'ipocrisia. Non si può negoziare con chi si crede un oplita divino. Il tempo dei brodini è finito; o il sistema si apre alla responsabilità reale, o il collasso diventerà l'unica via d'uscita per chi crede ancora nel merito e nella libertà individuale. Tutto il resto è solo rumore di fondo in un Paese che ha così sete di giustizia da essere ad un passo dall'essere giustiziato.

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