Gli antimeloniani e la sindrome di Mister Tullio

Nella mia città, in anni ormai remoti, c'era un personaggio che tutti conoscevano come Mister Tullio, alias di Tullio Maddaloni, un tifoso del Napoli, che potev…
Franco Marino
· Politics

Gli antimeloniani e la sindrome di Mister Tullio

Nella mia città, in anni ormai remoti, c'era un personaggio che tutti conoscevano come Mister Tullio, alias di Tullio Maddaloni, un tifoso del Napoli, che potevate tranquillamente trovare spesso ad un noto bar partenopeo, il bar Cimmino.
Non è che fosse un giornalista, un capo ultrà o cose simili: semplicemente, aveva come unica caratteristica quella di essere un hater seriale di Corrado Ferlaino e di saperlo odiare meglio di tutti gli altri, urlando meglio, usando gli improperi più pittoreschi e spettacolosi, i soprannomi più particolari. Mi sembra ancora di sentire la sua voce che dice "Furbaino è la vera e unica disgrazia del Napoli!". Per capirci, Mister Tullio stava a Ferlaino come Travaglio a Berlusconi, Scanzi a Renzi e insomma ci siamo capiti. Tanto che gli avevano pure affidato una rubrica su una TV locale dalla quale passava tutto il tempo a sparare insulti contro l'ex-presidente del Napoli con una costanza che rasentava l'ossessione patologica. Non è che dicesse sempre cose sbagliate - alcune sue critiche erano anche fondate, altre decisamente meno - ma il problema era un altro: non indicava mai, neanche per sbaglio, una sola alternativa concreta per risolvere la situazione, se non un fatuo e vacuo "Ferlaino vattene" che del resto era lo stesso identico coro che noi poveri tifosi urlavamo ogni domenica dalle curve. La sua rubrica era diventata un appuntamento fisso per tutti quelli che volevano sentirsi dire quello che già pensavano, una specie di echo chamber ante litteram dove la critica fine a se stessa diventava l'unico contenuto possibile.
Il personaggio, tra l'altro, era così caricaturale che io stesso mi divertivo ad imitarlo, tra l'ilarità di tutti i miei amici che lo conoscevano, salvo poi dover arrendermi ad un polipo alle corde vocali che da quel momento rese impossibile qualsiasi tentativo di imitarne la particolare vocalità a meno di non arrendermi a fastidiosi colpi di tosse per i successivi dieci minuti.
Ma fu quello che successe dopo ad essere illuminante e al tempo stesso deprimente: quando finalmente Ferlaino se ne andò, così come venne meno il grande capo espiatorio nel contempo finirono molte carriere di coloro che furono i suoi accusatori più accaniti. Mister Tullio si ritrovò senza più nulla da dire, tentò di riproporre i medesimi stilemi con De Laurentiis che però oltre ad avere - diversamente dal suo predecessore - la querela facile, lo avrebbe smentito sul campo con i risultati. In quel momento finì la credibilità e dunque la "carriera" di Mister Tullio, la sua rubrica perse senso e interesse, e scoprimmo tutti insieme che saper criticare non è la stessa cosa di saper costruire.

È per questo che oggi guardo con molta diffidenza l'autenticità di molti critici della Meloni e di Trump - non perché oggettivamente questi due personaggi non si rendano a volte sgradevoli nei toni e nei contenuti, cosa che capita a tutti quelli che fanno davvero politica invece di limitarsi a commentarla dal divano di casa propria davanti alla televisione, ma perché nessuno dei loro critici sa indicare un'alternativa che non sia, giustappunto, la vittoria di una sinistra che a quel punto li riporterebbe nell'unico ruolo in cui sono davvero capaci: quello di "oppositori urlanti". E questo dovrebbe farci riflettere non poco sulla natura profonda del dibattito politico contemporaneo, dove l'indignazione è diventata più redditizia della proposta, dove lo scandalo genera più click della soluzione.
Ma non è forse questo il vero problema dell'opinione pubblica contemporanea? Siamo circondati da una schiera infinita di Mister Tullio che hanno trasformato la critica in professione, il mugugno in mestiere, la lamentela in identità. Accendi la televisione, apri un giornale, scorri i social media: ovunque trovi esperti di tutto che sanno perfettamente cosa non va, che individuano con precisione chirurgica ogni errore, ogni contraddizione, ogni mossa sbagliata di chi governa, ma che quando gli chiedi cosa farebbero loro al governo, ti guardano spaesati come se gli avessi chiesto di spiegare la meccanica quantistica o di riparare un motore diesel a occhi chiusi, perché l'unica cosa che sanno fare è dire quello che la gente vuole sentirsi dire, senza mai prendersi la responsabilità di indicare una strada diversa che non sia il semplice "togliamoli di mezzo". È la stessa dinamica che vediamo nelle piazze virtuali dei social media, dove tutti sono diventati allenatori della nazionale, virologi, economisti e strateghi militari a seconda dell'emergenza del momento, ma nessuno è disposto ad assumersi la responsabilità delle proprie parole quando queste si scontrano con la realtà dei fatti.
Al punto che, se non fosse ormai scomparso qualsiasi residuo di complottismo in me, potrei pensare che lo facciano apposta per poi poter vivere di rendita urlando contro la sinistra quando tornerà inevitabilmente al potere. Perché è molto più comodo e redditizio fare l'eterno oppositore che non sporcarsi le mani con le scelte difficili che comporta governare davvero.
È più semplice twittare indignazione ventiquattr'ore su ventiquattro che non costruire alleanze concrete, elaborare programmi dettagliati che tengano conto dei vincoli di bilancio, mediare tra interessi diversi e spesso contrapposti, prendersi la responsabilità di decisioni che scontenteranno sempre qualcuno perché in politica, come nella vita, non esistono soluzioni che mettano d'accordo tutti. Il consenso unanime esiste solo nei regimi totalitari, dove non esistono conflitti di interesse semplicemente perché l'interesse individuale non esiste, sono tutti uguali - cioè sono delle nullità - e dove chi dissente viene messo a tacere con la forza.

Ora, sia chiaro non tutto ciò che fa la Meloni e Trump mi piace, e sarebbe stupido e disonesto fingere il contrario. Ci sono aspetti della loro comunicazione che trovo eccessivi, decisioni che non condivido, alleanze che mi lasciano perplesso. Ma parto da un presupposto che mi convince a sostenerla: dall'altra parte è molto peggio. Non perché la Meloni sia perfetta - nessun politico lo è mai stato nella storia dell'umanità - ma perché l'alternativa è una sinistra che ha dimostrato negli ultimi decenni di essere capace solo di distruggere quello che altri hanno costruito, senza mai riuscire a proporre un progetto credibile per il futuro. E se tra due anni vincono la Schlein e la Harris - o chiunque sia al loro posto, perché in politica i nomi cambiano ma le dinamiche rimangono sempre le stesse - non è che i sabotatori di destra avranno il governo a dimensione dei loro capricci, ma una sinistra incarognita che a quel punto, con la bava alla bocca, cercherà di far fuori qualsiasi tipologia di opposizione. Perché questo è quello che fa sempre la sinistra quando torna al potere dopo essere stata all'opposizione: non governa, si vendica. Lo abbiamo visto con Clinton dopo Bush, con Obama dopo Bush, con Biden dopo Trump. La vendetta politica travestita da giustizia è il loro marchio di fabbrica.
Era questo ad ispirare il famoso invito di Montanelli a "turarsi il naso e votare DC" durante gli anni di piombo, quando l'alternativa alla Democrazia Cristiana poteva essere il compromesso storico con un Partito Comunista che guardava ancora a Mosca. Non era entusiasmo per la Democrazia Cristiana, che Montanelli criticava duramente ogni giorno dalle colonne del Corriere della Sera, ma era la lucida consapevolezza che in politica spesso non si sceglie tra il bene e il meglio, ma tra il male e il peggio.

Chi non capisce questa differenza fondamentale è destinato a rimanere eternamente all'opposizione, a mugugnare come Mister Tullio. La persona razionale, invece, si tura il naso e sostiene la Meloni, non perché lei sia il meglio, ma perché il resto è molto peggio. E almeno lei, a differenza dei suoi critici da salotto televisivo, ha il coraggio di assumersi la responsabilità del voto e delle decisioni che ne conseguono, sapendo che ogni scelta comporta un prezzo da pagare e che governare significa spesso scontentare chi ti ha votato per fare quello che è giusto per il paese.

Commenti (1)

Thanks for your contribution. Before your content can be posted, please take a few moments to register a free user account.

Back
Top