Il metodo nella follia di Trump

Il presidente della squadra di cui sono tifoso - il Napoli - è un uomo con una spiccata propensione verso la dichiarazione forte che uno la ascolta e pensa "Ma…
Franco Marino
· Politics

Il metodo nella follia di Trump

Il presidente della squadra di cui sono tifoso - il Napoli - è un uomo con una spiccata propensione verso la dichiarazione forte che uno la ascolta e pensa "Ma è ammattito? Gli dà di volta il cervello? Sta per andare in demenza?". In realtà, la persona di buonsenso sa benissimo che De Laurentiis non è né matto né demente. Semplicemente, usa la provocazione per far passare concetti più profondi che spesso e volentieri si traducono in azioni proficue e utili, viceversa non si spiegherebbero i successi incontestabili della sua presidenza. E così si arriva ad una conclusione molto chiara: c'è un metodo nella sua apparente follia. Quando, col Napoli terzo in classifica, già qualificato per gli ottavi di Champions, esonerò l'iconico Ancelotti, tutti fecero a gara a chi lo insultava peggio, mentre la persona di buonsenso aveva immediatamente capito che per prendere una decisione del genere ci doveva essere qualcosa di veramente grave sotto. Quale, effettivamente, lo sapremo un giorno quando i protagonisti saranno troppo anziani e scazzati per darsi reciprocamente querela.
Anche per questo, quando vediamo Trump dire cose che, in apparenza, dovrebbero allertare un buon ospedale psichiatrico, bisogna chiedersi se non ci sia un metodo anche nella sua apparente follia.

Ora, io non sono un trumpiano sfegatato, ma quando sento parlare della Groenlandia come di una fantasia da megalomane, mi viene da ridere. Perché davvero pensate che un tizio che ha costruito un impero immobiliare, che è diventato presidente degli Stati Uniti d'America e che ha dimostrato di saper giocare la partita geopolitica meglio di molti suoi predecessori, si svegli la mattina e dica cose a caso? Ma per favore. La Groenlandia non è una battuta, è strategia pura. Parliamo della più grande isola del mondo, posizionata in un punto nevralgico dell'Artico dove si concentrano le nuove rotte commerciali che si stanno aprendo con il riscaldamento globale, dove ci sono risorse minerarie che farebbero invidia al Klondike, e soprattutto - e qui casca l'asino - dove la presenza militare americana potrebbe controllare i movimenti di Russia e Cina che stanno espandendo la loro influenza proprio in quelle acque.
Voi pensate davvero che Trump non sappia che la Groenlandia ha 57.000 abitanti, la maggior parte dei quali sono inuit che parlano groenlandese, e che tecnicamente appartiene alla Danimarca pur avendo una sostanziale autonomia? Ovviamente lo sa. Ma sa anche che mettere sul tavolo una provocazione del genere costringe tutti gli attori internazionali a uscire allo scoperto e a mostrare le loro carte. La Danimarca si irrigidisce, l'Unione Europea fa la voce grossa, la Russia e la Cina osservano attentamente, e nel frattempo lui ha spostato il dibattito esattamente dove voleva: sull'importanza strategica dell'Artico. Mica male per uno che secondo i giornali "non capisce niente di politica internazionale".

E poi c'è la questione del Nobel per la pace, altra provocazione che ha fatto storcere il naso a mezzo mondo. Ma anche qui, scusate, dov'è l'errore? Trump ha mediato gli Accordi di Abramo tra Israele e diversi paesi arabi, cosa che nessuno dei suoi predecessori era riuscito a fare. Ha avviato un dialogo diretto con la Corea del Nord che ha ridotto significativamente le tensioni nella penisola coreana. Ha evitato di trascinare l'America in nuovi conflitti, anzi ha cercato di ritirarsi da quelli ereditati. Ora, vi chiedo: Obama cosa aveva fatto per meritarsi il Nobel nel 2009, a parte essere Obama? Aveva appena iniziato il mandato! E non è che poi si sia distinto per la pace, considerando Libia, Siria e il resto del menu medio-orientale che si è ritrovato a gestire.

Qui non si tratta di essere fan di Trump o di considerarlo un santo. Si tratta di riconoscere che dietro quella che sembra improvvisazione c'è una strategia comunicativa precisa che funziona eccome. Quando Trump dice una cosa apparentemente folle, tutti ne parlano. I media, gli oppositori, gli alleati, i nemici. E mentre tutti discutono della forma, lui sposta sostanza. È il classico trucco del prestigiatore: ti fa guardare la mano destra mentre con la sinistra fa il gioco vero.
La persona avveduta, quella che non si fa abbagliare dall'indignazione di superficie, cerca sempre di capire cosa si nasconde dietro le dichiarazioni che sembrano uscite da un manicomio. Perché spesso - non sempre, ma spesso - c'è un calcolo freddo, una strategia studiata, un obiettivo preciso che va ben oltre la boutade del momento. E questo vale per Trump come per De Laurentiis, come per tutti quelli che hanno capito che in un mondo dominato dal rumore mediatico, a volte per farsi sentire bisogna urlare più forte degli altri. Anche a costo di sembrare matti.

trump
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