Mario Adinolfi e il complotto che non c'è

La notizia la sanno tutti, o quasi. Mario Adinolfi, giornalista e fondatore del Popolo della Famiglia, è agli arresti domiciliari con il braccialetto elettronic…
Franco Marino
· Politics

Mario Adinolfi e il complotto che non c'è

La notizia la sanno tutti, o quasi. Mario Adinolfi, giornalista e fondatore del Popolo della Famiglia, è agli arresti domiciliari con il braccialetto elettronico. Le accuse sono truffa aggravata e continuata, esercizio abusivo dell'attività di raccolta del risparmio, abusivismo finanziario e omessa dichiarazione dei redditi. La tesi dell'accusa, nella sua forma più semplice, è questa: avrebbe preso soldi da un gruppo di persone promettendo di restituirli con un guadagno, e quel guadagno sarebbe venuto dalle scommesse. Il Tribunale del Riesame ha rigettato l'istanza degli avvocati difensori Riccardo Di Lorenzo e Pablo De Luca, che avevano chiesto l'annullamento della misura cautelare. I due valuteranno ora se procedere con un ricorso in Cassazione.
Un commentatore onesto, su questa vicenda, può dire una cosa sola: non conosco gli atti, quindi non mi esprimo sul merito processuale. Conosciamo la versione del PM. Siamo nella fase in cui si vedono soltanto le parti offese e l'accusa. La difesa non ha ancora depositato memorie, l'accusato non è stato interrogato. Giudicare il fascicolo in questo momento è una sciocchezza. Che, dai tempi di Mani Pulite, fino ai casi di cronaca più alla moda, questo venga fatto da tutti non rileva. In Italia questa è e rimane sempre una sciocchezza e una grave scorrettezza.
Il punto, però, non è il fascicolo. Il punto è il complotto.

In un post su Facebook, Adinolfi ha lasciato intendere di essere vittima di un accanimento politico, di una persecuzione legata alle sue idee. Per credere a un complotto giudiziario serve una condizione precisa: che qualcuno abbia costruito prove false, inventato un'accusa dal nulla, e che dei giudici si siano messi d'accordo per incastrare un personaggio scomodo. È uno scenario che, da questi spazi, per oltre vent'anni abbiamo ritenuto credibile nel caso di Berlusconi — perché Berlusconi aveva un paese, un'azienda, rappresentava un pericolo reale per certi equilibri di potere.
Mario Adinolfi no. Il Popolo della Famiglia non spaventa nessuno, e questo non è un insulto, è semplicemente la realtà dei numeri e dei rapporti di forza. Il suo seguito sui social è appena superiore a quello di un signor nessuno come chi scrive. Se qualcuno avesse voluto fabbricare un fascicolo per eliminare un avversario pericoloso, avrebbe scelto un nome diverso. Il complotto contro Adinolfi sarebbe il più inutile della storia repubblicana italiana — altrimenti dobbiamo accettare l'idea che i giudici si mettano a costruire prove false anche contro Gennaro Esposito, venditore di purtualli, solo perché sbraca un po' sui social.
La scala è questa: il complotto è credibile in proporzione al pericolo che il bersaglio rappresenta per chi lo ordina. Sotto quella soglia, non è più un complotto. È una scusa.
E qui si arriva al problema vero. Non sto giudicando gli atti — l'ho detto e lo ripeto. Sto giudicando le parole pubbliche di Adinolfi, che sono a disposizione di tutti. E le sue parole pubbliche dicono una cosa interessante: ammette di usare il denaro della gente per scommettere. Quella ammissione, da sola, configura già una raccolta di soldi altrui a fine di gioco. In Italia, questa cosa si chiama reato. La sua posizione processuale, su quel punto specifico, è a rischio — e a dirlo non è il palazzo, non è la magistratura politicizzata, non è nessun potere forte. A dirlo è lui.

Dopodiché, noi tutti speriamo che riesca a dimostrare la sua innocenza. Adinolfi è una persona di intelligenza vera, e certe sue posizioni sgradevolissime su questo o quel tema non cancellano questo dato di fatto. Proprio per questo, la prima cosa che dovrebbe fare — se vuole essere credibile agli occhi di chi lo segue e, soprattutto, agli occhi di chi giudicherà — è smettere di parlare di poteri forti e di mandanti occulti, e difendersi nel merito delle accuse. Il giudice che deciderà la sua sorte valuterà anche la sua persona, il modo in cui si comporta pubblicamente — e non dovrebbe farlo, ma così funziona il diritto nella realtà, non nei libri di procedura. Un imputato che tira in ballo i complotti di fronte ad accuse che magari cadranno anche durante il processo ma che, almeno per ora, sono ben circostanziate, non aiuta sé stesso. Non aiuta i propri avvocati difensori. E non aiuta nessuno che voglia seguire le notizie giudiziarie e i procedimenti legali che lo riguardano con un minimo di lucidità.

il popolo della famigliaadinolfi
  • Like
Reactions: Francesco
Commenti (0)

Thanks for your contribution. Before your content can be posted, please take a few moments to register a free user account.

Back
Top